lunedì 1 novembre 2010

Tutto, fuorchè brava gente

Appunti per un'invettiva nevrotica ed esasperata.
Chiarisco meglio il concetto:
mix di ignoranza, superficialità, compulsione alla semplificazione e individualismo come falso mito connotante e virtuoso.
Lo stato è latitante perchè i singoli cittadini non si sentono parte di esso.
A dispetto di un passato assai remoto culturalmente illustre, gli italiani non hanno un'identità nazionale e vivono come se fossero cittadini di un paese del terzo mondo in cui ciascuno vive per sé a dispetto di una condizione socio-economica comunque distante da quella di una nazione realmente sottosviluppata.
Logica da paese povero, da popolo di pezzenti, di disperati nel senso etimologico del termine.
il culto indiscutibile del concetto di famiglia, sostenuta come icona e fondamento intoccabile da istituzioni politiche e religiose, è fonte di de-responsabilizzazione del singolo fin dalle più piccole manifestazioni del vivere quotidiano.
Cito David Bowie: “voi italiani non potrete mai fare del buon rock perchè avete la famiglia”.
Famiglia di consanguinei come area di de-responsabilizzazione,
Il veleno costituito dalla percezione di essere depositari di molti diritti e pochi doveri; lo spregio del prossimo, soprattutto se non riconosciuto come appartenente alla propria tribù. Enunciazione di principi banali e superficiali di contiguità come schermo labile per le infiniti soprusi e prevaricazioni.
La profonda coscienza di aver sempre per sé mille forme di giustificazione alle proprie consapevoli mancanze, la giustificazione spesso violenta e rancorosa per pensieri e comportamenti irrispettosi della civile convivenza.
Gli stereotipi portati sulle bandiere, esposti come debole difesa preventiva a obiezioni e critiche a un'etica debole e opportunistica il cui valore infimo è ben percepibile e da cui deriva il senso di insicurezza e la paura conseguente.
Una cultura nazionale arida, fragile e disperata, vincolata quasi esclusivamente al materialismo.
Reazione a tutto questo: pensieri e comportamenti quasi punk, scapigliati, provocatori.

giovedì 29 ottobre 2009

Pensioni ed elezioni

Non sono più un ragazzino eppure mi capita spesso, nei momenti di maggiore frustrazione, di ripetere la citazione deformata: “questo è un paese per vecchi”.
La mia nevrosi coniuga l’anzianità anagrafica ai tanti problemi che zavorrano la cultura e il senso civico di queste lande. Cerco di essere buon critico dei miei giudizi radicali ma, a volte, non riesco proprio a trovare antagonisti razionali ai miei deliri.
Mi è difficile pensare che la logica della tribù ignorante, della consorteria chiusa e del clan mafiosetto che governano la civiltà italica non siano espressione di una generazione (e soprattutto di una moltitudine) vulnerabile e incapace di esperimenti ed evoluzioni.
Se fossi anziano (come forse sarò, fra non molto tempo) e se avessi vissuto gran parte della mia esistenza rincorrendo e costruendo una realizzazione quasi esclusivamente materiale, sarei forse altrettanto chiuso a riccio e infastidito da ogni alterità perturbante, nonché incapace di pensarmi in modi diversi che non siano quelli consumistici e superficiali a cui un lunghissimo dopoguerra manicheo e pragmatico (per necessità ineludibili, a quanto pare) mi hanno abituato.
Ben venga quindi anche la prospettiva di un’elevazione dell’età pensionabile perchè cosa farei mai della mia vita nel momento in cui non avessi più la speranza di riempire le giornate di consuetudini e pratiche magari anche noiose ma conosciute, quindi tanto rassicuranti?
Mi toccherebbe re-inventare il quotidiano e, con tutto quel tempo a disposizione, magari correre anche il rischio di trovarmi in situazioni inusuali (spegnere la TV, aprire un libro?) oppure in frequentazioni alternative e contraddittorie alle quali il benessere delle cose, per il quale ho sacrificato ogni dubbio, non mi avrebbe certo preparato.
Probabilmente mi ritroverei anch’io in fila per votare (dall’una o dall’altra parte, non fa differenza) un candidato che sia espressione del mio passato e dei “valori” di cui mi sono pasciuto per una vita.
Oppure no?

mercoledì 11 marzo 2009

Il titolo di questo blog

Un collega di lavoro, in un'altra vita, ripeteva spesso (in perfetto dialetto bolognese) qualcosa che ricordo più o meno così: "se pensi troppo è che capisci poco". Lui aveva dieci anni meno di me e uno spirito pragmatico e solare che io manco mi sognavo. Quell'affermazione mi suggestionava proprio per la distanza dal mio sentire e dal mio agire. Stupivo e restavo come un bambino, incredulo e curioso per tanto mistero: mi ricordava un pensiero che mio padre, uomo senza troppe sfumature e molto fortunato, talvolta esprimeva riguardo le complicazioni esistenziali di alto e basso genere.
Il tempo è trascorso, forse non invano, e mi diverte adesso la simpatica e rischiosa semplicità di quei concetti auto-consolatori.
Il titolo di questo blog nasce da questi ricordi e dal testo di una canzone un tempo molto cara.